le origini

La Biblioteca Capitolare di Verona è una Istituzione famosa per l’antichità e preziosità dei suoi manoscritti, tanto da essere definita dal paleografo Elias Avery Lowe (1879-1969) «la regina delle collezioni Ecclesiastiche».

Nei confronti di altre biblioteche essa rivendica il primato dell’antichità nell’area della cultura latina.

Ha origine, infatti, nel secolo V d. Cristo come emanazione dello «Scriptorium» (= officina libraria) che i sacerdoti della Schola majoris Ecclesiae, cioè i Canonici del Capitolo (da cui l’aggettivo «capitolare») della Cattedrale, facevano funzionare per la composizione di libri su pergamena, cioè pelle di pecora, per l’istruzione e la formazione disciplinare e religiosa dei futuri sacerdoti.

Uno di costoro, Ursicino, che aveva l’ordine minore di «Lettore» della Chiesa Veronese, cioè della Cattedrale, dopo aver finito di trascrivere la vita di san Martino, composta da Sulpicio Severo, e la vita dell’eremita tebaico san Paolo, compilata da san Girolamo, alla conclusione del codice XXXVIII dichiara di aver completato il suo lavoro il «1° agosto dell’anno 517» (quando Teodorico, re degli Ostrogoti, dominava a Verona).

La notizia, anche se scarna nella forma, è di estrema importanza, perché ci presenta, all’inizio del secolo VI, una organizzazione strutturata gerarchicamente per l’attività liturgica e culturale.

Ma la Capitolare possiede anche altri codici, più antichi di quello scritto da Ursicino, per cui si fa risalire l’origine della Biblioteca almeno ad un secolo prima.

Si tratta del palinsesto Liviano-Virgiliano XL, del cod. XXVIII «De Civitate Dei» di S. Agostino, risalente all’epoca dell’autore, cioè l’inizio del secolo V e del codice palinsesto XV, unico al mondo, contenente le «Istituzioni di Gaio».

Questi insieme ad altri, oltre all’antichità della Capitolare, testimoniano anche la continuità lungo i secoli del Medioevo.

Difatti ogni secolo successivo è rappresentato da un certo numero di codici. Ma l’epoca d’oro dell’attività dello Scriptorium è costituita dal secolo IX: la rinascita carolingia è degnamente rappresentata dalla figura poliedrica dell’Arcidiacono Pacifico. Di lui parla soprattutto l’epigrafe soprastante la porta centrale della parete sinistra del Duomo e presa in esame dal Muratori nella sua Dissertazione n. 43. Versatile in tutti i campi del sapere umano, diede impulso allo Scriptorium in cui si composero duecentodiciotto volumi; cifra veramente ragguardevole per quei tempi, quando bastava una settantina di volumi per formare una ricca biblioteca.

Anche durante il secolo X, uno dei peggiori per decadenza civile e religiosa, lo Scriptorium veronese svolgeva con impegno il suo lavoro.

Ne è testimone il vescovo Raterio, che nonostante numerose difficoltà incontrate nell’ambiente veronese, beneficò la Schola e non esitò a considerare Verona come l’Atene d’Italia.

Dopo il Mille l’attività calligrafica trova un esempio in Stefano «cantor», cioè maestro della Cappella del Duomo, il quale ci ha lasciato un libro autografo, il codice XCIV detto «Carpsum», che è un’antologia liturgico-musicale preziosa per la conoscenza delle usanze religiose della nostra città.

dal 1200 al 1700

Verso l’inizio del 1200 lo Scriptorium assume la fisionomia di vera e propria biblioteca, cioè ambiente di studio, consultazione e conservazione. I motivi di questa trasformazione sono diversi. La Biblioteca forse possedeva ormai un tale numero di volumi riguardanti le varie branche dello scibile umano, da non avere più la necessità di produrne di nuovi. Anzi si suppone ne prestasse alle antiche pievi, che dovevano fornirsi di sussidi culturali per la formazione del clero. Ne è testimonianza l’accenno scritto sulla copertina destra del codice LXIII, dove sono nominate le pievi di Caprino, di S. Giorgio (di Valpolicella?), di Calavena che furono rifornite di altrettanti manoscritti.

La Biblioteca Capitolare era senz’altro luogo di cultura. È significativo il fatto che Dante Alighieri, nel 1320, sia stato invitato dal Capitolo della Cattedrale e quindi dalla Biblioteca Capitolare a tenere una conferenza, la Quaestio de aqua et terra, nella chiesetta canonicale di S. Elena.

Nel 1345 un altro grande letterato, Francesco Petrarca, venne invitato da un suo amico veronese, Guglielmo da Pastrengo, a consultare i libri della Capitolare, come documenta un’iscrizione posta su un palazzo in via Augusto Verità. Vi trovò un codice per lui sconosciuto fino ad allora ed ora non più reperibile: le lettere di Cicerone ad Attico, Quinto e a Bruto.

Con l’invenzione della stampa, verso il 1450, entrano nella Capitolare i primi libri a stampa (gli incunaboli, cioè i volumi stampati dal 1450 al 1500). Il canonico bibliotecario mons. G. Paolo Dionisi, laureato in diritto canonico e civile, nel 1501 donò alla Capitolare un consistente numero di manoscritti e incunaboli, prevalentemente di ordine giuridico.

La sede della Biblioteca, in quegli anni, si trovava in un locale al pianterreno del lato orientale del chiostro capitolare. Nel 1625 si pensò di usare questi locali per la nuova aula delle riunioni dei Canonici e si prospettò di sistemare il materiale librario in un ambiente nuovo, da edificare sopra la sacrestia canonicale. In attesa della nuova costruzione, il bibliotecario Agostino Rezzani ripose codici e libri a stampa dentro le cimase degli armadi della stanza vicina e redasse un catalogo dei manoscritti, ma poco tempo dopo morì, colpito dalla peste del 1630, che aveva falcidiato due terzi dei veronesi. Egli portò con sè nella tomba il segreto del nascondiglio. Solo nel 1712 la meticolosa ricerca di Scipione Maffei e del canonico Carlo Carinelli riportò alla luce quei cimeli. La notizia del ritrovamento suscitò sorpresa ed entusiasmo nel mondo dei letterati, che bussavano con frequenza alla porta della Capitolare per le consultazioni. Per questo nel 1725 il Capitolo decise di costruire sul lato occidentale del chiostro la nuova sede della Biblioteca Capitolare, che poi nel 1781 fu ampliata con la munificenza del vescovo Giovanni Morosini, il quale sostenne metà della spesa necessaria.

Intanto il patrimonio librario aumentava sempre più per le numerose donazioni da parte di famiglie veronesi e di celebri personalità, come Maffei, Bianchini, Muselli, Dionisi. Ma così grande ricchezza suscitò la cupidigia di Napoleone Bonaparte che asportò trent’un codici e venti incunaboli per rifornire la Biblioteca Nazionale di Parigi. Solo due terzi ritornarono, nel 1816, dopo la caduta dell’imperatore.

dal 1800 ad oggi

Durante il XIX secolo si svolse alla Capitolare una intensa attività filologica, soprattutto da parte di studiosi tedeschi, i quali riportarono alla luce i famosi palinsesti, libri pergamenacei scritti quasi tutti durante il secolo V, poi raschiati nel secolo VIII per recuperare la pergamena, che successivamente fu usata per scrivere un altro testo. I fogli di questi codici, trattati con reagenti chimici, nel sec. XIX, consentirono la lettura del primitivo testo abraso.

La Biblioteca attraversò anche momenti tristi: l’inondazione dell’Adige, nel 1882, imbrattò di fango le undicimila pergamene dell’Archivio Capitolare e il 4 gennaio 1945, durante l’ultimo periodo della guerra, le bombe sconquassarono l’aula maggiore, radendola al suolo. Fortunatamente mons. Giuseppe Turrini, l’allora bibliotecario, che fin dal 1922 aveva lavorato a ripulire e catalogare le pergamene infangate dall’alluvione, aveva provveduto a mettere in salvo dalle incursioni aeree i manoscritti e gli incunaboli, cioé il settore più prezioso del patrimonio librario della Biblioteca Capitolare. Gli altri volumi, sepolti dalle macerie, furono poi recuperati nella maggior parte.

Nell’immediato dopoguerra la Biblioteca fu ricostruita e ampliata per consentire la sistemazione di altre donazioni di libri: la biblioteca di mons. Giuseppe Zamboni (con i manoscritti e la corrispondenza del filosofo veronese), del conte Francesco Pellegrini (interessante per la storia della medicina), del prof. Luigi Simeoni (per la storia medioevale) e di casa Giuliari (con gli esemplari della famosa stamperia).

Recentemente, il 16 aprile 1988, papa Giovanni Paolo II, nella sala grande della Capitolare, ricevette l’omaggio di tutti i rappresentanti delle istituzioni culturali di Verona e rivolse loro un importante discorso.

L’indicazione di alcune cifre, contribuirà a dare la dimensione dell’importanza del patrimonio della Capitolare: 1.200 manoscritti, 268 incunaboli, 2.500 cinquecentine, 2.800 seicentine ed oltre 70.000 volumi ai quali vanno aggiunti, come continuo e necessario aggiornamento, enciclopedie, dizionari, pubblicazioni specialistiche e riviste. È in funzione all’interno della Biblioteca un laboratorio per il restauro degli antichi codici.

Negli ultimi anni l’attività della Biblioteca si è indirizzata a un’opera di collaborazione con gli altri istituti culturali della città ed a sempre più frequenti e qualificanti contatti con quelli stranieri, anche d’oltre oceano. Inoltre ha iniziato una politica di diffusione della conoscenza dell’inestimabile patrimonio racchiuso fra le sue mura e ancora oggi in parte inesplorato e ricco di promesse.

quando nacque la lingua italiana…

Quando nacque la lingua italiana? Tutti sanno che è nata dal latino parlato, il quale attraverso cambiamenti, storpiature ed anche influssi di altri dialetti, ha dato origine al nostro linguaggio. Ma non tutti sanno che la frase più antica della lingua italiana è contenuta nel cosiddetto “Indovinello veronese“, scritto in alto sul folio 3r del codice LXXXIX. Questo volume è un orazionale mozarabico, cioè un libro di preghiere liturgiche usato in Spagna e scritte in caratteri visigotici.

Dalla penisola iberica dopo diverse traversie, approdò a Verona, dove uno scrivano, forse, per provare la sua penna, scrisse: “Separeba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba et negro semen seminaba“, che in chiaro italiano vuole dire: Teneva davanti a sé i buoi (cioè le due dita della mano), arava i bianchi prati (cioè le pagine del libro che erano bianche prima di essere scritte), teneva un bianco aratro (che è la penna d’oca) e seminava la negra semente (cioè l’inchiostro).” Ora ognuno indovina che si tratta dello scrivano all’inizio del suo lavoro.

Il codice LV ci tramanda con un scrittura dell’VIII secolo l’opera “de Summo Bono” di sant’Isidoro. Ma a partire dal f. 61r fino al 99 il volume è palinsesto.

La scrittura più antica è del secolo V e contiene frammenti della “Didascalia Apostolorum“. E’ un cimelio liturgico di valore eccezionale. E’ l’unico documento in lingua latina che riporti l’esemplare del più antico Canone della Messa, il cui originale era della prima metà del secolo III.

Questo testo fu cancellato durante il secolo VIII per scriverci sopra il trattato di sant’Isidoro: segno evidente che i copisti (di solito sacerdoti) conoscevano così bene quella parte tanto da poterla eliminare. Il fatto costituisce una smentita a chi faziosamente sostiene che i palinsesti dimostrano l’attività distruttiva della cultura classica compiuta dagli ecclesiastici del medioevo.